Sabatini: “Il mio più grande rammarico è la mancata vittoria dello scudetto. Nella Roma la vittoria o l’idea di vincere deve diventare una necessità. Totti? Con la sua luce oscura gli altri calciatori”

Questa la conferenza stampa di addio di Walter Sabatini: “Intanto grazie, siete molti qui e mi fa piacere. La prima volta che sono entrato c’era alta pressione e stavo un pochino meglio, ora il tasso di umidità mi comprime. Stavo meglio con l’alta pressione e pensieri e parole fluivano più efficacemente credo. Faccio riferimento alla mia primissima conferenza stampa. Non me la ricordo tanto bene, mi ricordo alcune cose importanti che ho detto e sulle quali adesso potrei pure tornare sopra. Andiamo avanti tranquillamente, avrete cose da chiedermi. Non è un bilancio definitivo, non è un consuntivo perché questa squadra in attività è ancora la mia squadra. Quindi ci sarà un’assenza fisica ma ci sarà una presenza forte, intellettuale, e psicologica, e starò dietro a tutto quello che succederà da qui in avanti sentendomi totalmente partecipe. Quindi la supposta sconfitta, riferita al fatto che non abbiamo vinto, può ancora essere ribaltata, c’è ancora una piccola chance. Perché questa è una squadra competitiva, allenata in maniera perfetto da Luciano Spalletti, quindi c’è qualche speranza di riuscire a fare un campionato sbalorditivo e in controtendenza a quelle che sono le opinioni generali, comprensibili, ma spero che produrranno un effetto. Ho fatto qui un ciclo lungo di cinque anni, con un’osservazione che faccio costantemente dentro di me che è quella che ho e abbiamo, soprattutto perché qui c’è una struttura che funziona di gente che sa quello che fa, molto positivi in senso generale, questo dal punto di vista analitico. Dal punto di vista emotivo, emozionale se volete, è mancata la convocazione al Circo Massimo dei tifosi della Roma. Quello era non tanto un sogno ma una speranza che si è accesa saltuariamente rispetto alle squadre che hanno fatto calcio in questi anni. Ci sono stati dei momenti in cui ho pensato che le nostre squadre che si sono succedute in questo quinquennio prima o poi avrebbero potuto competere per un risultato eclatante: la vittoria dello scudetto. Questo non è successo ed è il mio più grande rammarico, la mia frustrazione che mi porto a casa e mi procura non la rabbia, che normalmente è il primo sentimento che affiora in me come caratteristiche fisiche, biologiche ed intellettuali, sono portato a questo tipo di reazione, ma una tristezza cupa, probabilmente irreversibile, a meno che non ci sia un riscatto immediato in questa stagione. Però è una tristezza quieta, sono sereno, ho fatto e abbiamo fatto, o crediamo di aver fatto il massimo. Non mi vergognerei di questa Roma e non farei recriminazioni particolari, perché la Roma sono anni che è competitiva. Ha fatto per due anni il secondo posto, per un anno il terzo in maniera anche miracolosa attraverso l’avvento di un allenatore che considero straordinario e con un gruppo di giocatori comunque competitivo. Concludo dicendo che io sono stato il direttore sportivo della Roma e sono stato esclusivamente il direttore sportivo della Roma, ho annullato totalmente la mia persona fisica e giuridica. Non ho fatto niente nella vita in questi cinque anni che non fosse determinata, dettata ed informata dal fatto che io fossi il direttore sportivo della Roma. Non ho scritto, non ho mangiato, non ho telefonato, non ho litigato, non ho urlato, non ho guardato le spalle di una donna senza sapere di essere il direttore sportivo della Roma. E’ stata per me una cosa esclusiva. Quindi questa esperienza qui per me non è stata una frazione di vita, ma è stata la vita. E tutto quello che è successo prima, nella mia vita che non è stata brevissima perché non sono un ragazzino, è totalmente opacizzato. Vedo solo la Roma e sento di aver vissuto per la Roma e sono geloso di questo sentimento. Sono anche preoccupato dal fatto che quel che verrà dopo sarà per me difficile da affrontare, una nebulosa. Perché questa è stata la mia vita, non un brandello di vita ma la mia vita”.

Sono presenti in questa sala anche molti addetti ai lavori. Che effetto le fa? “Le persone che lavorano a Trigoria sono prevalentemente le mie badanti, le mie ragazze di sopra. Alessia, Rosangela… le due Barbare, stamattina c’era anche la seconda Barbara… Manuela… loro mi hanno praticamente sostenuto, nutrito, curato. Mi dispiace molto perderle. Poi vedo tanta altra gente alla quale ho voluto bene silenziosamente bene perché non sono esternatore di sentimenti, però li ho e li curo dentro di me, implodono sempre ma so bene quanto la mia permanenza a Trigoria sia stata sostenuta da tantissime persone. Perché a Trigoria c’è una grande passione per la Roma e molta competenza. Fidatevi delle nostre persone che sono persone eccezionali. Questa azienda è ancora dentro i suoi obiettivi e c’è una squadra che ha fatto qualche risultato contraddittorio ma è una squadra forte, fatta da ragazzi seri che vogliono fare qualcosa di importante. La prima volta che sono venuto qui, ho parlato tanto, ho parlato con grande enfasi e con grande entusiasmo. Sono entrato in questa sala non essendo neanche il direttore sportivo della Roma, ero il direttore sportivo della Roma in pectore, e in quella circostanza ho detto tante cose, alcune plausibili, altre meno. Però ce ne è una che mi ricordo di aver detto: ero qui per stimolare o costruire una rivoluzione culturale. In questo risiede il mio vero fallimento, il mio fallimento non è nei risultati sportivi, non è nella gestione dei calciatori, ovviamente so di aver fatto degli errori ma ho portato la Roma a sedersi su tutti i tavoli del calcio che conta, ho reso la Roma un’insidia per tutti in qualsiasi latitudine. La Roma è sempre stata presente, ha sempre combattuto. Ho fatto un mercato potrei definito rissaiolo e ci sono sempre stato, ma non io, la Roma. In tema di rivoluzione culturale, che è una cosa magniloquente, molto importante, che presuppone qualcosa di articolato nel tempo, in realtà si riferiva ad un’esigenza e cioè di pensare alla vittoria non come ad una possibilità ma come ad una necessità. Cioè pensare che la vittoria sia ancora dentro un pensiero che non esclude completamente la realizzazione di questa idea. Trigoria, i calciatori che sono a Trigoria, i tecnici che sono a Trigoria e i dipendenti che sono a Trigoria devono cominciare a pensare alla vittoria non come una possibilità che può essere, come non essere, “se non sarà pazienza vedremo l’anno prossimo”, no! La vittoria o l’idea di vincere deve diventare una necessità. Tutti noi la dobbiamo considerare come un evento necessario. E perchè questo possa succedere allora serve una rivoluzione. In quel senso era la rivoluzione culturale. Adeguare i comportamenti di tutti per centrare quell’obiettivo che sia nella testa dei calciatori, che sia nella testa di tutti noi. Da questo punto di vista credo di non aver centrato questo obiettivo. Ho ancora qualche speranza che succeda perché l’allenatore che c’è in questo momento nella Roma fortunatamente, e auspico che ci rimanga per almeno cinque anni con il suo laboratorio permanente, riesca a centrare questo obiettivo, che non significa vincere ma che significa pensare alla vittoria come una necessità. E adeguare tutti i comportamenti affinché questo possa succedere. Mi sento molto deluso in questo senso, non sono riuscito, qui si perde e si vince alla stessa maniera e questa è la nostra vera debolezza”.

I tre momenti più belli della sua esperienza a Roma. “Intanto quando ho messo piede qui dentro, è stata un’emozione molto forte. Ero super motivato, ottimista. Pensavo, e lo penso ancora, ma altri lo faranno per me, di poter fare qualcosa d’importante. Dopo, dal punto di vista analitico, so di averlo fatto, e parlo di tutti noi. Pensavo a qualcosa di trionfale, di forte, che la Roma si imponesse come azienda, come squadra, come gruppo di persone. In quel momento credevo fortemente sarebbe successo però è stato un momento pregnante della mia vita, molto importante e motivante. Poi ricordo delle vittorie. Vittorie che ci sono state, bellissime. Ricordo la vittoria nel derby 2-1, quando il vituperato Ibarbo, che qualcuno ha definito un’operazione fallimentare, e allora colgo l’occasione per dire che Ibarbo è stato pagato 2 milioni e mezzo che sono stati recuperati tre mesi dopo cedendolo al Watford. Siccome ho sentito dire in giro che l’operazione Ibarbo, 8-10 milioni… quel povero disgraziato di Ibarbo, venuto alla pari, zero a zero, due milioni di prestito spesi, due milioni di prestito guadagnati, ha fatto una percussione nel derby che ha consentito al vituperato Iturbe di far gol e di vincere una partita che ci ha permesso di andare in Champions League. Quella è una vittoria che ricordo con grande affetto perché arrivata grazie a due calciatori che non hanno avuto fortuna qui. Ricordo tantissime altre cose, non solo tre ma sono decine. Il gol di Bradley ad Udine, quando avevamo creato un presupposto per stabilire un record. Era la nona vittoria che poi è stata completata contro il Chievo con il gol del “problema” Borriello, cosi come l’ho definito io in una conferenza stampa. Ho ricordi anche brutti come la sconfitta nel derby di Coppa Italia, che è stata però la catarsi, la rigenerazione, l’aggiustamento di un mio pensiero. Fino a lì pensavo di poter fare un certo tipo di calcio. Subito dopo quella partita ho pensato che sarebbe stato giusto cambiare un po’ indirizzo e lo abbiamo fatto devo dire con successo. Ma l’idea di non essere riusciti a vincere lo Scudetto mi perseguita, mi terrà compagnia per tutta la vita. A meno che questa squadra non faccia qualcosa di imprevedibile in questo momento. Perché questa squadra presente, sarà la mia squadra quando perderà e sarà la mia squadra anche quando vincerà. Sono parte in causa, sono in quota con tutto quello che succederà”.

Totti: “E’ una questione sociologica. Non stiamo qui ad aprire il discorso su chi lo vuole, chi non lo vuole, tutti vogliamo Totti. Io gli darei il Premio Nobel per la fisica. Dato che il Pallone d’Oro non glielo hanno conferito, io ne istituirei uno ed una volta sola per potergli riconoscere le grandissime cose che ha regalato al calcio italiano e il calcio italiano, e direi anche internazionale, soffrirà molto la sua assenza perché le sue giocate non sono riproponibili, perlomeno alcune giocate di Totti. Mentre le giocate di altri grandi campioni che lo hanno preceduto sono tutte clonabili, ripetibili, come puntualmente successo. Totti si porterà con se giocate che altri non potranno più riprodurre e il calcio perderà moltissimo. Gli darei il Premio Nobel per la fisica perché le sue traiettorie, le sue trasmissioni di palla, le sue parabole  possono aver rimesso in discussione Copernico, Keplero, la teoria della relatività, il Bosone di Higgs. Meriterebbe il Premio Nobel per la fisica. Però Totti costituisce un tappo, lo costituisce perché porta una luce abbagliante, che io avevo definito come declinante invece continua ad essere una luce abbagliante, il sole allo zenit, e naturalmente oscura tutto un gruppo di lavoro. Anche perché la curiosità morbosa che si riferisce ad ogni suo fare, dire, ad ogni sua espressione di gioco e fuori dal campo comprimono fortemente la crescita di un gruppo di calciatori che deve sempre essere subordinata a questo. E’ del tutto comprensibile. Totti rappresenta un pezzo di carne di gente che è cresciuta con lui o invecchiata con lui. Tutti fanno fatica a staccarsi quel pezzo di carne e a rinunciarci. Fenomeno che andrà raccontato tra qualche anno da chi la sa lunga, perché qui ci rientra la psicologia, la sociologia e tante altre cose”.

Il mercato e la mancanza di continuità: “Ricky Massara viene preso come il mio delfino ma non è il mio delfino, è un professionista, è un laureato molto competente e molto sensibile. Quindi accettate che sarà il direttore sportivo della Roma senza legami particolari con me, ha solo lavorato con me ma d’ora in poi esercita il suo ruolo e il suo ruolo potrà esercitarlo solo se chi interloquisce con lui accetterà questa idea. E’ un ragazzo molto educato, di estrazione sabauda, di madre francese funzionaria del Louvre. Ha avuto un’educazione molto rigida e lo vedrete lavorare, parlare, interloquire, confrontarsi con tutti voi con il livello di educazione che io non ho mai compreso. Non perché io sia particolarmente maleducato ma perché ci vuole una capacità di sopportazione che io non avrei mai. Lui intanto mi sostituirà e farà bene il suo lavoro e la Roma avrà un suo futuro anche con lui. Tenendo presente che ci sono dirigenti molto importanti nella Roma, vituperati, dileggiati, diffamati puntualmente, non voglio far polemica con voi perché sono in uno stato totale di serenità, ma un giorno qualcuno di voi mi spiegherà perché ha l’esigenza di indebolire la Roma attraverso la demolizione costante e preventiva di qualsiasi dirigente venga qua. Attenzione, io accetto tutte le critiche, e alcune ammetto di averle anche condivise perché gli errori li ho fatti e sono stati puntualmente rimarcati, li avete sempre giustamente denunciati. Però vedo che c’è la tendenza a far diventare Franco Baldini un massone dannoso, un Mauro Baldissoni un arrogante avvocato, un probabile giocatore di calcetto cosi e cosi, e comunque massone anche lui, adesso sta arrivando Umberto Gandini, preparate un dossieraggio perché dovrete distruggerlo. Non vi sto accusando di niente, attenzione, domani non mi dite “Sabatini se la prende con la stampa”, io non me la prendo con nessuno. Le sconfitte della Roma sono tutte le mie, in quota anche di qualche altro, ma io me le prendo tutte. Non è la stampa che ha perso e non è un attacco alla stampa, è un attacco all’abitudine. Perché vedete quando la Roma è debole e la facciamo diventare comunque debole, e parlo di una squadra che ha fatto due secondi posti e un terzo posto miracoloso con l’intervento di Luciano Spalletti, e comunque oggi è in una posizione ibrida ma con la premessa e la possibilità di migliorarsi, meglio che la Roma sia debole, perché cosi i latrati a pagamento possono averci una loro funzione. Vedo facce… ma so quello che dico e non lo dico con polemica. Faccio un’osservazione oggettiva e serena. Io tra venti minuti uscirò da questa sala e non sarò più il direttore sportivo della Roma. Non devo difendere nessuno e parlo di un problema generale. Rendete la Roma forte. Fidatevi dei dirigenti, non li fate diventare carne al macero da calpestare da qualsiasi parte. Perché la Roma  fuori è debole all’esterno e debole all’interno, ha tutto da rimettere. Non hanno da rimettere quelli che cosi hanno la possibilità nella diffamazione costante e badate bene non sto parlando di critiche. Sono un uomo con le spalle larghe e molto tollerante. Anzi, alcune delle vostre critiche mi hanno aiutato. Sostenetela la Roma per cortesia perché gli altri lo fanno con le squadre più importanti. La schizofrenia sul mercato è stata una necessità, perché la Roma in maniera statica non può individuare obiettivi di mercato e andarci sotto perché siamo un pochino più deboli degli altri. La Roma deve fare un calcio rissaiolo, la Roma deve frequentare il bosco e la riviera, arrivare sugli obiettivi, far finta di prenderli, poi forse riuscirci anche, fare un po’ di casino, prendo questo e recupero quell’altro. Questa è la mia caratteristica ma è una mia caratteristica chimica, biologica, intellettuale. Ho cercato di farlo. Giusta l’osservazione nel dire che nella continuità si ottiene qualcosa di più, ma noterete che in questa squadra una continuità c’è stata. Poi lasciate perdere che  non siamo stati fortunatissimi. L’ultimo calciomercato è stato statico e noioso e non mi ha assomigliato per niente. Abbiamo deciso di puntellare la difesa, confidando nel fatto che centrocampo e attacco avevano fornito un risultato rimarchevole l’anno scorso. Abbiamo perso via via giocatori come Rudiger, poi Vermaelen e Mario Rui e ovviamente qualche disastro c’è stato. E’ vero che nella continuità è più facile ottenere risultati. Una certa continuità c’è stata se vai a rivedere la formazione dell’anno scorso, però è stato necessario fare un mercato pirotecnico per poter raggiungere gli obiettivi, vendo questo e compro altri due, è stata una cosa fatta anche in virtù della pressione UEFA che abbiamo addosso e per riuscire a rimanere in linea e dentro i parametri richiesti”.

Ha mai sbattuto i pugni per non cedere un calciatore? Si è venduto l’anima ai padroni? “Voglio tranquillizzare, la mia anima è talmente complicata che non la comprerebbe nessuno. Questa non era un’esigenza della proprietà ma era una strategia che mi è stata affidata. Non penso sia stato un danno vendere Benatia e prendere Manolas, produco un utile e lancio un altro giocatore. Certamente questa politica comporta rischi notevoli ma i calciatori che sono stati venduti sono stati sempre adeguamente sostituiti. L’ho fatto nella speranza di riuscire, nel saldo dare/avere, di non indebolire mai la squadra. Perché se perdo Ljajic e prendo Perotti penso di aver guadagnato, con tutto il rispetto di un ragazzino, Ljajic, che ho molto amato e ammirato e voluto portare a tutti i costi qui, ho sempre creduto di fare operazioni di mercato che poi avessero prodotto un ricambio favorevole dal punto di vista tecnico. Vendo Marquinhos per prendere Benatia e non ho perso da un punto di vista tecnico. Queste operazioni sono state fortunate in alcuni casi, meno fortunate in altri. Però è sempre stata una maniera di cercare di essere competitivi. La Roma è stata competitiva, è ovvio che chi vince è più bello, più alto e biondo, noi non abbiamo vinto ma siamo stati una squadra e continueremo ad esserlo che da tanto ma tanto fastidio a chiunque. Abbiamo avuto la sventura di fare un campionato da 85 punti, che sono diventati 85 punti perché le ultime due-tre partite le abbiamo regalate, in una stagione in cui la Juve ha prodotto un calcio e risultati irripetibili, ma con 85 punti, o 90, quelli che avremmo potuto fare non regalando partite, non regalandole in maniera dolosa ma con il comportamento di una squadra che aveva già ottenuto un risultato, a 90 punti si vincono tre campionati su cinque. Non credo di aver mai prodotto un danno nel fare questo tipo di mercato. Il danno è prodotto dal fatto che mancando la continuità probabilmente non si arriva mai a coagulare con un gruppo un’unità di intenti, un modo di giocare e una conoscenza. Abbiamo dovuto farlo per essere competitivi. In queste decisioni che ho portato avanti ho fatto anche qualche pateracchio, qualcosa che non ha funzionato, ma tantissime cose hanno funzionato a dir la verità”.

Pallotta sa cosa è la Roma? “Penso che lui sappia cosa è la Roma, perché se ne rende conto quando viene qui e quando si affaccia per le strade di Roma sa quale pressione e quale passione, che andrebbe incentivata perché il segreto del successo del calcio è la passione popolare e il fatto che la gente voglia godere della propria squadra, ma è una questione culturale. E’ un imprenditore americano che crede di poter fare le cose e deve far le cose in una certa maniera. E’ un bostoniano allegro, propositivo, incline allo studio della statistica, alla frequentazione di meeting, io sono un europeo crepuscolare, solitario, anzi sono un etrusco residuale. Lui vive e pensa al calcio cosi come pensa alle sue aziende, io lo vivo in maniera diversa. Da qui ci sono conflitti che sono evidenti, chiari, anche se abbiamo rispetto reciproco. Il fatto che siamo arrivati ad una risoluzione consensuale dimostra che è stato un buon rapporto. Pallotta sa dov’è e sa quello che fa, si è sempre fidato del mio operato, operato di chi ha lavorato proficuamente per la Roma, ma non è stato cosi lontano da perseguire obiettivi importanti. Perchè Milan e Inter, senza mancar di rispetto a nessuno,  vorrebbero essere la Roma, per esempio. Siamo incappati in un ciclo incredibile della Juventus che ha lavorato in maniera straordinaria sia dal punto di vista aziendale, con le strategie aziendali, ma soprattutto con le scelte che Paratici e Marotta hanno sempre fatto e sono stati superiori a noi. Ma noi non siamo stati tanto al di sotto, al di la dei 17 punti, che sono stati un’esagerazione che è venuta fuori per un nostro mollare negli ultimi giorni. Abbiamo fatto un secondo posto con la gestione Garcia, con molti punti di meno, ma centrando il secondo posto, battendo la Lazio in una partita drammatica, poi siamo ripartiti con delle difficoltà, abbiamo portato qui Luciano Spalletti che sta avendo dei risultati. Credo che la media di Spalletti da quando è arrivato, ad oggi sia da Scudetto o da secondo posto abbondante.. Quindi c’è competitività da parte della Roma, poi ci sarà anche una coincidenza fortunata che porterà la Roma a vincere lo Scudetto che è stata la mia speranza delusa, con la piccola riserva che in questa stagione succederà o potrà succedere qualcosa di imprevedibile”.

I rinnovi dei calciatori tra cui Manolas e Nainggolan: “Nainggolan non è all’ordine del giorno, perché ha chiesto lui un adeguamento e la società sta valutando la possibilità di farlo o meno. Non credo che si farà un adeguamento, ma gli si attribuirà un premio rispetto alle prestazioni e rispetto alla qualità delle prestazioni che fornirà. Stiamo negoziando, ancora non è finita la cosa e i calciatori si devono rendere conto che questa società, quindi tutti noi, abbiamo iniziato la stagione con dei presupposti che sono abortiti. Abbiamo perso la qualificazione in Champions, evento dolorosissimo e dannosissimo per l’azienda e tifosi. Ci sono negoziazioni inevitabili perché le leggi di mercato ci costringono a farle e le stiamo facendo, le stiamo affrontando. Poi che questa vicenda legata a queste questioni salariali, quasi sindacali, sarà portata avanti tranquillamente da Mauro Baldissoni che ha tutti i requisiti e le capacità per farlo, ma non è priorità assoluta per noi in questo momento. La priorità è che la squadra si metta in testa un’idea diversa e voglia fare cose importanti. Ci sono i requisiti e i presupposti per farlo”.

Perché ha deciso di andare via? “Sono cambiate le regole d’ingaggio. Io posso fare solamente il mio calcio, sono un mai incancrenito. Non sono una mente elastica che riesce ad adeguare le esigenze e le richieste dei nuovi criteri di selezione. Il presidente e i suoi collaboratori, legittimamente attenzione, puntano su altre prerogative, adorano la statistica e stanno cercando un algoritmo vincente. Io vivo ancora nel mio istinto, nella mia immaginazione. Non vedo il pallone come un oggetto sferoidale, fatto con un certo materiale, con le cuciture che saltano, quanti rimbalzi farà il pallone, quanti impatti balistici riuscirà ad ottenere prima di finire il suo ciclo di vita, io nel pallone vedo il mio universo intero, per me la palla è qualcosa, io voglio deviare le traiettorie quando sono in tribuna. Sono dentro il pallone, fuori dal pallone, sono con i calciatori, gli vorrei far piegare il piede quando vanno al primo impatto. Vivo il mio calcio, il mio calcio immaginifico che non può essere freddamente riportato alla statistica o alle statistiche che descrivono un calciatore, perché le statistiche aiutano ma tradiscono. Ad esempio: se voi prendete un terzino, la statistica racconta che il terzino ha fatto dodici cross in una partita, ripetendo quel tipo di situazione tattica, però magari non tieni conto della connessione che c’è nel calcio, allora può darsi che quel terzino abbia fatto dodici cross a partita ripetutamente perché a fianco a lui c’è un simil Totti che riesce ad individuare una linea oscura di passaggio e a fargli arrivare la palla giusta al momento giusto. Magari un terzino che ha statisticamente un cross e mezzo a partita, gioca vicino ad un energumeno che non riesce a capire il tempo, lo spazio e come fare a veicolare la palla. Credo a quello che osservo, a quello che sento quando vedo un giocatore e non voglio dibattere o combattere queste tesi contrapposte, io devo fare il mio calcio, lo faccio in buonafede e lo faccio da sempre e non intendo cambiare. In questo momento, invece, Pallotta e alcuni suoi collaboratori puntano su altre prerogative o altre possibilità, sono inclini ai meeting, agli incontri, alla statistica. Io sono incline alla mia sofferenza notturna, che mi sparacchio cinque sigarette e mi vedo un soggetto e cerco di capire se bravo o no. Poi mi confondo qualche volta, raramente, e prendo Piris, poro Piris! Poro Piris che era un giocatore utilissimo, e lo ha dimostrato anche dopo nell’Udinese, ma naturalmente non era un giocatore da Roma. Le cantonate le ho prese e continuerò a prenderle, però poi farò una tara tra il dare e l’avere e devo dire che con molta fortuna l’avere supera nettamente il dare”.

Lei verrà sostituito da una macchina? “No, da una cultura. Non è censurabile, è un modo di fare che fanno in molti sono io che ritengo di non essere più all’altezza di questo compito. Io ho un’idea di me stesso altolocata, sono stato definitivo un presuntuoso ma sono un presuntuoso critico di me stesso. Mi affosso su qualsiasi stop sbagliato di un giocatore, mi affosso, mi uccido e non dormo ma devo fare il mio calcio, voglio fare il mio calcio e qui forse adesso posso farlo un po’ di meno, nel rispetto che ho sempre avuto da parte di tutti, in particolare di Pallotta. Sono un uomo leale, so di non poter fare il massimo in questa situazione, so di non poter essere completamente me stesso. Mi è successo un episodio che è stata la causa scatenante per la quale ho assunto questa decisione e che riguarda un giocatore che sta facendo molto bene in Italia che io avevo, con una manovra di stampo sudamericana, mosso da una società ad un’altra per poter poi acquisire in un secondo tempo, promettendo poi il 50% alla società che lo perdeva, di grande prestigio tra l’altro quella società, quel giocatore io l’ho perso perché mi è mancata l’arroganza, la forza, la determinazione e la sicurezza di poter fare quella operazione che comportava anche una commissione crassa e sentendo alle mie spalle tutta una serie di osservazioni giuste, corrette, recriminazioni, punti di domanda, io ho perso l’attimo fuggente. La mia forza è che l’attimo fuggente non lo perdo mai, perché quando c’è da arrivare su una cosa io ci arrivo, ci arrivo con forza, con prepotenza e orgogliosamente romanista e direttore sportivo della Roma. Perso questo giocatore ho riflettuto sul fatto che non merito più la Roma. Io merito e meritato la Roma perché ho fatto cose importanti per la Roma, se non sono in grado di farle me ne devo andare”.

Qual è il calciatore in questione? “Confido nella vostra conoscenza e sensibilità. Nel vostro intuito. Ci arriverete tranquillamente, farete un consulto, una tavola rotonda… Adesso non voglio dirlo perché sono troppo incazzato, odio non averlo preso, mi fa star male. Quando maturo un sentimento di questo tipo voglio sportivamente morire. Se fossi un direttore sportivo simmetrico vi direi che farò dei viaggi studio, invece no perché sono aggiornato. Mi cerco una tana dove rinchiudermi senza leccarmi le ferite, ho molte ferite controllate e suturate. Voglio stare zitto 10, 15, 20 giorni e non voglio ascoltare. Spegnerò il telefonino, non mi troverete, ho bisogno di raccogliere le idee ma questo episodio è stato decisivo nel decidere perché ho capito che non devo essere più io il direttore sportivo della Roma. Lo avevo capito già da prima ma esiste sempre una causa scatenante qualcosa che ti fa dire basta”.

Che ruolo ha Baldini? “Ho detto che “per ora” Massara c’è e potrebbe esserlo per altri 10 anni come merita e come auspico. Ho detto che “per adesso c’è” perché è una decisione repentina. Poi Massara meriterà di fare questo mestiere a lungo perché è un ragazzo serio, onesto e competente. Il ruolo di Franco Baldini è meglio che ve lo spieghi lui oppure Pallotta. Franco si è confrontato con me con molta educazione e la classe che lo contraddistingue, prima di accettare questo incarico da parte di Pallota. Mi ha chiesto se io avessi provato fastidio rispetto a questa cosa, naturalmente gli ho detto di no perché le mie decisioni erano già state assunte, quindi è un grande acquisto per la Roma, di ritorno ma un grande acquisto per la Roma, fatto salvo che è notoriamente un massone, fatto salvo che insieme a lui Baldissoni lo è, poi per Gandini prepareremo un nuovo dossier, sistemeremo tutti e cosi terremo la Roma ad un livello molto basso. Non sto polemizzando con voi, scusate, sto polemizzando con alcuni individui. Non parliamo di stampa, parliamo di commissioni. Quanto avete ridacchiato sulle commissioni? Ma quante battute avete fatto? Quante allusioni avete fatto? Signori io ho sottoscritto commissioni, si. Le commissioni funzionano cosi, la maggior parte di voi è edotta, circa le procedure. Con le commissioni si acquistano giocatori perché c’è la parcellizzazione dei calciatori in alcuni territori e allora io pago una commissione per acquistare un giocatore. Queste allusioni, questi risolini, queste battute, “è una commissione”, “che fine fa?”, “dove sono le vacanze con gli ag… (il diesse interrompe il discorso ndr)”, “le vacanze nelle isole”, io odio le isole, salvo solo la Sicilia perché è stato il mio posto di lavoro, “le tangenti”… Ascoltate, gli individui, non la stampa, non fate i furbi con me, domani non mi scrivete che Sabatini attacca la stampa, che le sconfitte sono della stampa, le sconfitte sono tutte le mie, ma le commissioni le ha prese chi le doveva prendere. Non ci sono prebende per nessuno alla Roma, dite ai tifosi della Roma che forse qualche cazzata la fa ma è una società onesta, io sono un uomo onesto. Questi individui venissero con me in tribunale a fare i risolini, le battute le allusioni, le supposizioni, venissero in tribunale con me, tirassero fuori i fatti e associativi in un consorzio, come potremmo chiamarlo… “Cialtroni & co”. Oppure chiamateli “Cialtroni Associati”, non iscrivete i mentecatti però, i mentecatti li dovete lasciare fuori, iscrivete alla “Cialtroni & co.” gente che può perdere qualcosa e venga contro di me. Oggi io non sono direttore sportivo della Roma, sono persona fisica e giuridica, padre, venite con me, giocatevi i vostri soldi in tribunale, perché io i vostri soldi non li darò in beneficienza, sicuro, vado a Rulettemberg che è un posto immaginifico ma che esiste nella mente di chi qualcuno che lo ha scritto. Vado a Rulettemberg, mi prendo il mio tavolo verde e mi gioco la spina dorsale: 5, 11, 17, 20 ai cavalli, 32, rosso e nero al raddoppio, fin quando non avrò perso l’ultima fiche acquistata con i vostri soldi. Questo riguarda le commissioni. Le commissioni, gli agenti, ah! Questo consorzio Sabatini e agenti, vacanze ad Ibiza pagate con signorine… Io sono un uomo fortunato e non ho mai avuto bisogno di signorine a pagamento, tanto per chiarire il concetto. Qui signori, quegli individui la facciano finita oppure adesso, di fronte alle telecamere che sono in funzione, si alzassero in piedi, si riunissero in consorzio e venissero contro di me davanti al giudice però”.

Il suo futuro: “Essendo io un incosciente definitivo non faccio una scelta sapendo di averci coperture, non ho nessuna offerta da parte di nessuno e non ho ricevuto telefonate. Sono un disoccupato. Mi farà anche bene una settimana, spero, perché ho bisogno di lavorare e voglio lavorare. Per me la vita è un corollario, io sono un direttore sportivo, la vita non so manco riuscito tanto a viverla, mi sembra una cosa relativa, io vivo solo se lavoro e se faccio il mio mestiere. Auspico che qualcuno mi cercherà, non guardo alle grandi società, posso accettare lavoro ovunque, perché un bel panino alla mortadella vale quanto un pasto con il caviale. Non c’è problema, l’importante è che io riesca a fare il mio calcio. Qualcuno mi raccatterà, se no mi ritiro nella mia tana ipotetica, che potrebbe essere anche il bagno di casa mia, mi metto lì con due pennelli, qualche libro e forse riuscirò ad ingannare il tempo”.

La Roma e i tifosi, lo stadio sempre più vuoto: “Ti interrompo, per tappo su Totti non intendo in senso deteriore. Il tappo nel senso che se Totti irradia una luce cosi forte, gli altri restano sempre in penombra e nella penombra non riescono a maturare la responsabilità la responsabilità e le caratteristiche per rendere grande la Roma. L’empatia? Mi chiedo perché. Io ho detto di non affezionarsi ai calciatori perché è il calcio moderno, anche le grandi squadre vendono i calciatori, o per questioni di bilancio o per scelte tecniche. Ma non capisco perché la Roma non si debba affezionare a Perotti, non capisco perché la Roma non si debba affezionare a Salah o a Manolas. Non ipotizzo l’affezionarsi a Dzeko perché è evidentemente una cariatide come ampiamente denunciato da voi ma per esempio ci si può affezionare a tanti ragazzi della Roma. Vi affezionerete a Bruno Peres perché la sovrapposizione, l’affiancamento e la palla che ha messo per Edin domenica scorsa basterebbe da sola ad accendere una speranza nella testa della gente. Ho detto che strategicamente, inevitabilmente e questo riguarda tutte le società, lo vedete da soli, che il calciatore dopo due-tre anni è costretto a cederlo, perché quando migliorano le prestazioni dei calciatori, diventa un problema salariale insormontabile. La Roma, come tutte le altre società, ha un tetto salariale da rispettare per le norme UEFA ma anche per il buonsenso e per una buona amministrazione della società, e quando un calciatore va oltre una prestazione più che sufficiente diventa difficile gestire la questione salariale. Però io ho detto questa cosa, l’ho detta forse in maniera sbagliata, io sono tanto affezionato ai miei calciatori e non vedo perché non debbano esserne affezionati anche gli sportivi”.

Le è mai capitato che qualcuno in questi anni le suggerisse chi comprare? Qual è il giocatore che avrebbe voluto cedere? Quale giocatore avrebbe voluto comprare? “Ne avrei comprati un centinaio. Ci sono stati calciatori che mi ha fatto male vendere, indubbiamente, tanti ma ne cito uno perché è un caso specifico e non voglio mancare di rispetto ai miei calciatori. E’ stata dura cedere tanti ragazzi ma vendere Lamela mi ha ucciso, perché Lamela è stata la mia provocazione. Quando ho ritenuto di poter essere il direttore sportivo della Roma, ho imposto questa operazione importante, impegnativa perchè era un ragazzo di 19 anni, ma ho voluto farlo perché non essendo ancora il direttore sportivo della Roma, viaggiavo ancora in centro, nelle piazze dove avevo gli uffici, perché volevo che la Roma desse subito un segnale di forza, di presenza e che andasse ad intercettare un talento emergente nel calcio argentino, un predestinato, e ho voluto che la Roma facesse questa operazione per dire “ci siamo anche noi, lasciateci il nostro spazio perché arriveremo noi in tutti i mercati e spareremo tutte le gomitate che servono per fare i mercati”. Quindi fu un’operazione complicata, inquinata. Abbiamo portato un giocatore splendido che alla settima giornata, essendo arrivato dall’unser 20 con una zoppia difficile da risolvere, si è presentato un gol al Palermo straordinario. Ha fatto un secondo anno con Zeman in cui è migliorato, perché ha capito come attaccare la porta. Venderlo è stato un dolore grande ma ogni volta che ho venduto un calciatore forte mi sono sentito male, edulcorato lo stato d’animo dal fatto che subito dopo ne ho comprato uno che ho ritenuto più forte. Sempre qualcuno mi suggerisce di comprare e io non lo faccio. Anche all’interno del club. Puntualmente non lo faccio se non ritengo che debba essere fatto, poi siccome io faccio prevalere il senso del calcio, della professione e dell’interesse della società, una volta in venti anni mi è capitato”.

Ha la sensazione che Pallotta si sia stufato della Roma? “No, non penso proprio che Pallotta si sia stufato della Roma. Credo che sia un privilegio per lui e lo vive con grande passione. E’ attaccato all’idea di rendere forte la Roma, non tanto perché lo stadio è una speculazione, ma perché lui sa avendocene esperienza diretta di uno sport alternativo ma comunque significativo, sa che lo stadio darebbe una percentuale di possibilità molto più alta per essere competitivi in un panorama internazionale. Pallotta si fermerà nella Roma, cercherà di migliorare e sta già migliorando considerando che perde un direttore sportivo discutibile come me, quindi migliorerà, vuole andare avanti, ha idee, e speriamo che abbia la fortuna di poterle perseguire e metterle in pratica”.