PORTO-ROMA. A PRIMA VISTA…

PORTO-ROMA. A PRIMA VISTA…

Rullano i tamburi, incessantemente, al “Estádio do Dragão” e verrebbe da pensare che il mitologico mostro possa metaforicamente – e non solo – fare un sol boccone delle frustrazioni romaniste dopo le ferite che non cicatrizzano: quelle di un derby devoluto a una squadra inferiore ma più motivata. Va da sé, però, che quando partono le note dell’inno calcisticanente più importante d’Europa parlare di Lazio sarebbe un ossimoro. La Roma è a Oporto per andare oltre, in tutti i sensi.

Qualcosa di laziale ce l’ha il tarantolato Sérgio Conceição, nella gestualità scomposta e nei denti continuamente digrignati nei confronti di ogni decisione di Çakir, come se dimenarsi in panchina con la stessa frenesia della buonanima di Jimmy il fenomeno instillasse nei suoi giocatori la carica agonistica idonea. Invece alla fine di un primo tempo caratterizzato da scontri ruvidi ed equilibrato negli episodi, potremmo dire (sottovoce) che una certa fragilità emotiva la evidenziano proprio i padroni di casa, fallosi in maniera scomposta, plateali nelle proteste, trafitti dal raggio di sole romanista del rigore da bacio accademico di Daniele De Rossi: il capitano fa accomodare Casillas sul lettino accanto al palo alla sinistra dell’ex madridista, fintando senza arrestare la propria corsa e poi mette a nanna anche il pallone, nella culla dell’uno a uno.

È in quel momento che i portoghesi si scoprono incerti e suscettibili. A Danilo Pereira, va di lusso, vista la plateale gestualità, quando rimedia solo il giallo dopo aver mandato a quel paese il direttore di gara turco che aveva fermato il gioco nel momento in cui De Rossi era franato a terra. Nota a margine, ma non marginale: i giocatori del Porto hanno commesso falli molto più evidenti di quello che è costato a Zaniolo il primo cartellino giallo della gara. Quando il Porto aveva trovato il vantaggio, depositato al minuto 26 sui piedi di Soares da un Marega troppo poco disturbato nella sua cavalcata sulla sinistra, chiunque avrebbe pensato a un crollo romanista. Come non pensarlo, del resto? Invece non è accaduto, perlomeno nel primo tempo.

Il susseguirsi degli episodi si conferma indomabile anche nella ripresa; basti pensare che al minuto 55 la Roma si ritrova di nuovo in svantaggio – gentile omaggio di Marcano a Marega, lasciato solo davanti a Olsen – e con due sostituzioni già effettuate (Pellegrini per De Rossi e Florenzi per Karsdorp, scoppiato nel frattempo, oltre che ammonito).

Apprendiamo, nel frattempo, che in portoghese “coatto antico” si dice Pepe.
Gente come Danilo Pereira ed Eder Militão continua a picchiare maliziosamente e platealmente al tempo stesso, con provocazioni verbali che però rivelano, al contempo, un’insicurezza che invita la Roma a cercare l’episodio. A questo proposito, Dzeko andrebbe cercato con maggiore insistenza e precisione nelle giocate. Al minuto 68 proprio il bosniaco cerca un sinistro secco che si perde a lato, ma che potrebbe scuotere l’orgoglio romanista.

Marega è un armadio dalle spalle incassate e dalla tempra inesauribile, Marcano in più di un’occasione sembra smarrirsi sulle sue tracce. Soglia di pericolo troppo elevata.

La Roma continua a bussare, magari debolmente, alla porta di Casillas: testa di Dzeko, conclusione al volo di Zaniolo. Alla roulette dell’episodio decisivo, i padroni di casa e gli uomini di Di Francesco si alternano nel proporre i propri numeri. Minuto 76: non ce la fa Marcano, tocca a Cristante. Quattro – tre – tre ora.
Nel frattempo, Brahimi per Corona, nel Porto, al minuto 69. Al 78’, Fernando per Soares.

Giallo anche per Pellegrini al minuto 81, falloso in maniera scomposta su Alex Telles. Subito dopo Perotti, dopo un ingresso in area da sinistra favorito da un’amnesia di Pepe, sceglie la velleitaria soluzione personale con un interno destro fuori misura invece di optare per l’appoggio a Pellegrini o Zaniolo, piazzati benissimo. Non si buttano regali così, a questi livelli.

Tensioni e acido lattico, minuti che evaporano, partita che minaccia di estendersi fino allo stillicidio di energie residue nei supplementari.

Minuto 88: Pepe stende Dzeko al limite: punizione che Kolarov calcia sulla barriera, dopo la solita pantomima tra discolpa e minaccia dell’insopprtabile difensore lusitano.

I 3’ di recupero del tempo regolamentare terminano con la Roma in avanti, ma non finiscono affatto. Supplementari di passione. Massaggi e pomate, recupero d’energia a pelod’erba. Dorme ancora il verdetto, sul fondo dell’Atlantico oscuro.
Inutile parlare di sensazioni, perché inganneremmo noi stessi, però Dzeko dà la sensazione di avere in canna il colpo che ancora non ha esibito. Suggestioni, null’altro.

Minuto 96: Pellegrini si ferma. Infortunio muscolare, abbiamo perso il conto. Qualcuno un giorno spiegherà, oltre a prendersi la colpa. Tocca a Schick, non a El Shaarawy.

Dopo cento minuti, la Roma dà la sensazione di poter trovare il gol, perché il Porto non è impenetrabile, a cominciare dal confusionario Pepe. Fuori Militão, dentro Pereira.

Il primo tempo supplementare se ne va con Perotti in crescita e con l’adrenalina che giustifica gli slanci residui.

Minuto 108: testa di Dzeko, sul fondo. Era riuscito a svettare su ogni altra creatura vivente. ‘N’Zonzi sembra più lucido, paradossalmente, col passare dei minuti. Inappuntabile, stasera, Juan Jesus.
Al minuto 111 Pepe raccoglie col cucchiaio un tocco morbido di Dzeko a porta vuota, che aveva scavalcato Casillas e fermato cuori e gole romanisti. Piove come se l’oceano riversasse tutta la sua acqua sui destini della partita. Non sappiamo più cosa pensare, soprattutto quando Il VAR chiama Çakir per una trattenuta di Florenzi, che trattenuta non appare del tutto, su Fernando. Rigore di Telles, 3-1.

Nel delirio portoghese, disputa gli ultimi minuti una Roma che nei supplementari ha brillato più del Porto: è un dato di fatto.
Però finisce così, con un altro pezzo di stagione, il più importante almeno per la società, che lascia la Roma più povera, e più sola. Nel frattempo, nell’ultimo minuto utile, c’è un rigore per la Roma, almeno nelle nostre rivisitazioni, su Schick.. Ma non per Çakir. Aumenta il recupero, non le speranze.

È successo di tutto, ma non ciò che meritavamo

(Rivista La Roma – P. Marcacci)