FOCUS AS ROMA | Questa squadra non è bipolare

FOCUS AS ROMA | Questa squadra non è bipolare

“Troppo brutti”, ”un primo tempo non degno di una squadra di Serie A”. Così parlano Fonseca e capitan Dzeko, a caldo, nel post partita di Sassuolo-Roma. Una Roma troppo brutta per essere compresa e che, dopo una prestazione del genere, non può appellarsi nè al “giallo facile di Pairetto, nè alla lunga e conosciuta lista di giocatori che fanno la spola tra le palestre di Trigoria e Villa Stuart, per trovare un alibi utile a sollevare dalle responsabilità una squadra che, a Reggio Emilia, mai non è scesa in campo.

Nel 2020, i giallorossi  hanno portato a casa 4 punti in 5 partite, oltre ad aver fatto l’ennesima, ormai non fa più notizia, brutta figura allo Stadium in Coppa Italia. Eppure il Derby aveva fatto intravedere qualcosa: dei segnali di ripresa dal punto di vista fisico, ma soprattutto psicologico. Sì, psicologico. A Roma si parla tanto, forse troppo, di questo aspetto. Si parla di una squadra bipolare, che alterna fasi depressive (vedi Sassuolo), a fasi maniacali di esaltazione (vedi Stracittadina). Imprevedibili e improvvise le 2 fasi si susseguono senza sosta, ingiustificate e pretestuose. Pretestuose, perché non si può impedire a un soggetto affetto da bipolarismo di cambiar fase. E così, la Roma pretende di appellarsi al proprio bipolarismo per giustificare prestazioni come quella di sabato.

E se così non fosse? Se ci fosse un movente utile a unire i puntini?
La fase di esaltazione Derby era inevitabile. Sì, non si è vinto e la classifica piange. La squadra di Fonseca però ha annichilito una Lazio in forma, in fiducia e lanciata in una striscia di vittorie in campionato che sembrava non aver fine, tanto che Inzaghi nel post partita ha dovuto complimentarsi, definendosi fortunato per aver portato a casa un punto prezioso.

E quindi, come si fa a non scendere in campo a Sassuolo? Perché l’umore é crollato in questo modo? Che cosa è successo questa settimana?
“Ci sarebbero tante cose da dire”, risponderebbe l’ex (?) capitano della Roma, di schiena, incappucciato, con lo sguardo basso, una mano alzata per salutare e (forse) ringraziare. Il 31 gennaio si è chiusa la finestra invernale di calciomercato. Petrachi ci aveva parlato di una Roma difficilmente migliorabile, ma non aveva parlato della possibilità che potesse “peggiorare”. Peggiorare, certo. Perché “prestare” Florenzi per far giocare Santon o Peres, con tutto il rispetto per le “gerarchie” di Fonseca, difficilmente può essere inteso come un miglioramento. E la squadra? Lo spogliatoio? Oltre alla perdita dei valori tecnici, allontanare un capitano vorrà dire qualcosa di più. Amicizie, rapporti personali, usi e abitudini di quelli che in fin dei conti sono solo ragazzi che giocano a pallone. I giocatori non sono solo “numeri” e statistiche come in un videogioco. Le squadre si costruiscono saldando il gruppo con la prospettiva del raggiungimento di un obiettivo comune, che sia una vittoria o, ahimè, un “piazzamento”. La costante di questi anni di insuccessi è proprio la girandola di calciatori, che si sussegue senza sosta. Ogni anno è buono per essere “anno zero”. Ogni anno si disfa per rifare da capo. Anche quando si sfiora una finale di Champions League (meglio non parlare degli assenti, spagnoli).

Come si entra quindi in campo nella fredda Sassuolo, quando vicino a te, cercando tra la leggera nebbia, scorgi i volti nuovi, di giocatori che indossano la tua stessa maglia, ma che  non conosci, ancora non “svezzati” per stare tra i grandi? Si può quindi dare la colpa all’approccio psicologico? O questo è semplicemente il risultato di una serie di fattori che influenzano l’umore?                                                                                                                                                                                                                          Le responsabilità non sono da cercare nei fattori esoterici nè in strane ed inopportune diagnosi; bisogna farsi carico di problemi e responsabilità a partire dal presidente (?), società, direttori sportivi e calciatori, i quali, essendo considerati e trattati da professionisti, dovrebbero comportarsi come tali, anche nei momenti di difficoltà. Bisogna ripartire da qui. Bisogna ripartire perché è ancora troppo presto per poter mollare e il Campionato ti aspetta perché le altre fanno fatica. Bisogna ripartire dalla domenica passata assieme a casa di Dzeko, guardandosi negli occhi e non cercando giustificazioni.